“civis, celeberrimi, sculptoris egregii, patrie decus et honor”
La conoscenza della vita di Andrea Brustolon, uno dei più originali scultori e intagliatori del barocco veneziano, è tuttora sottoposta ad un dibattito critico che ha ripreso vigore dopo alcune recenti indagini documentarie che tuttavia non chiariscono, in maniera definitiva, alcune questioni aperte sulla biografia dell'artista che, fino ad oggi, si basava sulle ricostruzioni ottocentesche dei suoi apologeti.
Primogenito di cinque figli, Andrea nacque a Belluno il 20 luglio del 1662 da Giacomo Brustolon e Maria
Auregne in un edificio quattrocentesco, recentemente restaurato, che ancora oggi si eleva sopra un breve
portico presso la via che conduce alla chiesa di S. Pietro nel centro di Belluno. Secondo la versione
tradizionale il padre di Andrea era un intagliatore, una professione molto diffusa in quell'area, e
quindi verosimile era ritenere che, proprio nella bottega del padre, Brustolon avesse appreso i primi
rudimenti di quest'arte dimostrando, sin da subito, grandi capacità.
Qualità straordinarie che Giacomo e il pittore Agostino Ridolfi – personalità artistica
tra le più interessanti nella Belluno del tempo e soprattutto, nelle biografie ad ora accreditate,
zio di Andrea – compresero immediatamente, tanto da spingere il giovane ad ampliare la sua formazione.
Resta tuttora indiscutibile un apprendistato veneziano, provato dall'uso di un
linguaggio stilistico, maturato da Brustolon intorno agli anni Settanta e Ottanta, che non poteva provenire
dall'ambiente bellunese, certamente più attardato rispetto a quello lagunare. All'età di
quindici anni, nel 1677, Brustolon pare giungere quindi a Venezia ospite di Antonio
Buzzati che in una lettera al padre scrive: “Messer Giacomo Brustolon riveritissimo, vengo a darvi con
questa mia notizia del Vostro figlio Andrea, il quale come di Vostro intendimento io ho
messo in studio di M. Filippo Parodi, et mi pare che lui si trovi bene fino
a che la nuova stagione gli permette di andare a Roma. Egli ha fatto già tempo, per il suo maestro li
modelli di una statua, il quale li dice che sii molto ben riuscito”. Nonostante esistano opinioni
divergenti sull'attendibilità di questo documento, i critici concordano nel
ritrovare nell'opera di Andrea un indiscusso influsso di Parodi, artista genovese chiamato nel 1678
nella Serenissima per erigere nella chiesa dei Tolentini il monumento funebre del patriarca Giovanni Francesco
Morosini, da cui Brustolon apprese schemi compositivi e formali, l'uso grafico del disegno quale studio
preparatorio, oltre che specifiche tecniche di preparazione dei materiali.
Parodi - il quale seguì importanti commesse, ammirate anche da Andrea, a Padova in Santa Giustina
e nella basilica del Santo – ebbe il merito di introdurre in Veneto un “
gusto berniniano”, appreso durante i suoi soggiorni romani, filtrato poi dalla
sensibilità pittorica tipica della città ligure. Se Brustolon venne dunque in contatto con
un influsso barocco già durante l'apprendistato veneziano, sarebbero tuttavia un
soggiorno a Roma e lo studio diretto delle antichità ad avergli permesso di ampliare le sue
conoscenze e affinare le sue, già evidenti, qualità. Pur non avendo una documentazione certa
del viaggio, né indicazioni sulla data e sulle sue frequentazioni, si era voluto comunque presumere
che esso avesse avuto luogo intorno al 1680 grazie ad alcuni fondamentali disegni — il Toro Farnese, il
Lacoonte e il Busto di personaggio romano – che lascerebbero intuire come
l'approccio all'antico avesse luogo da libera copia.
Quest'influenza classica, oltre a quella barocca, costituisce un filo rosso in tutta la sua produzione
sin da quello che può essere considerato il primo lavoro dell'artista giunto fino a noi: il
Marc'Aurelio del Museo Correr collocabile nei primi anni Ottanta.
Prima opera documentata resta comunque l'Altare delle Anime di Pieve di Zoldo – per la cui
esecuzione il ventitreenne firma il contratto nel 1685 – dove l'artista sa già esprimersi
con una “libertà di invenzione, ricchezza di elementi raffigurativi, sorprendente
abilità e raffinatezza nella tecnica di esecuzione”. Dopo il viaggio
romano, Andrea torna in laguna dove inizia ad essere riconosciuta la sua genialità: la
famiglia patrizia dei Venier di San Vio gli commissiona infatti l'arredamento per le sale del loro
palazzo con le nove allegorie, e le poltrone della stessa serie, di quello che viene ricordato come
fornimento Venier, che lo impegnò per circa dieci anni.
Dopo aver visto il lavoro per il fornimento, altre famiglie del patriziato veneziano gli commissionano opere simili, fra tutti si ricorda la richiesta dei Pisani per dodici sedie in bosso raffiguranti i mesi dell'anno per la loro villa di Strà, ora al palazzo del Quirinale a Roma.
Nel 1695 l'artista ritornò nella sua città d'origine per stabilirvisi definitivamente. Il motivo del suo rientro al paese natio era imputato alla decisione di continuare l'attività della bottega del padre della cui esistenza tuttavia, ora si dubita in base alle più recenti indagini documentarie.
Nel 1696 “mistro A. Brustolon” realizzava e metteva in opera la splendida Cassa-reliquiario di Santa Teodora, il cui corpo era conservato nella chiesa di San Pietro a Feltre e il Tabernacolo per la chiesa di Canale d'Agordo. L'analisi della tecnica di esecuzione di quest'ultimo, prova anche come Andrea fungesse da responsabile generale nei confronti della committenza riservando per sé le parti dell'opera più complesse e significative e lasciando alla bottega le restanti.
Nel 1699 riceve il pagamento per l'altare della Croce per la chiesa di San Valentino di Mareson di Zoldo, nel quale si nota il gusto verso uno stile classicheggiante, meno barocco e impetuoso rispetto all'Altare delle anime. In questo periodo Brustolon elabora nell'atelier altre committenze: cornici, crocifissi, gruppi scultorei, come quello per la chiesa parrocchiale di Farra d'Alpago, detto del Calvario.
Agli inizi del Settecento prende avvio, con la grande scultura raffigurante l'Assunta, una nuova fase stilistica: l'opera, un gruppo scultoreo strutturato in una composizione piramidale, mette in scena un lessico personalissimo, dove realtà e illusione si compenetrano con perfetto equilibrio. Nella sequenza cronologica delle opere di Andrea Brustolon ricordiamo poi il Tabernacolo della parrocchiale di Cortina, da sempre soggetto a differenti datazioni ed ora, grazie ai dati acquisiti con il recente restauro, riconducibile al 1700 circa. Data probabile di esecuzione per i due grandi Angeli porta-lampada della sacrestia della chiesa dei Frari di Venezia è invece il 1711, mentre è del 1722 l'inizio della progettazione del gruppo di sei statue denominate Allegorie Piloni, dal nome del committente conte Tiopi Piloni. Negli anni ’30 continuerà a lavorare per i nobili Piloni e Miari, senza tuttavia rinunciare alle committenze ecclesiastiche: sono infatti datati al 1725 i due Candelabri della Chiesa di Santo Stefano – preziosi esempio di oreficeria sacra – mentre è del 1731 il contratto per l'altare di San Valentino a Mareson di Zoldo, opera progettata con il controllo dell'artista ma realizzato e portato a compimento dalla bottega. è quindi da considerarsi ultima opera dell'artista lo stemma commissionato nel 1730 del vescovo Giacomo Zuanelli. La morte lo raggiunse, nella sua casa bellunese, il 25 ottobre 1732. L'artista fu sepolto nella chiesa di San Pietro a Belluno, dove, dopo settant'anni, sarà poi collocata la Pala della Crocifissione, uno dei suoi massimi capolavori che egli aveva eseguito a partire dal 1722 per la chiesa gesuita di Sant'Ignazio.
